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L’acqua, prima di tutto. Sotto i Colli Euganei, la cura comincia molto prima di incontrarci

A Montegrotto Terme esiste un luogo nel quale, per comprendere il presente, basta guardare qualche metro sotto il livello della strada.

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Nell’area archeologica di Via degli Scavi affiorano ancora i resti di un grande complesso termale romano, costruito a partire dal I secolo a.C. Tre vasche destinate alle immersioni, un articolato sistema di canalizzazioni per governare le acque, strutture per il riposo e persino un piccolo teatro raccontano qualcosa di sorprendentemente familiare: già duemila anni fa, in questo lembo di territorio euganeo, l’acqua non era considerata semplicemente una risorsa. Era al centro di un modo di intendere il benessere.

I Romani ne conoscevano gli effetti molto prima che fosse possibile spiegarne scientificamente l’origine. Oggi, invece, possiamo seguirne il viaggio.

La prima sorpresa è che l’acqua termale euganea non deve il proprio calore ai vulcani dei Colli Euganei. Quel fenomeno è troppo antico. Tutto comincia più lontano, nell’area delle Piccole Dolomiti, dove l’acqua delle precipitazioni penetra lentamente nelle rocce calcaree e scende nel sottosuolo fino a profondità che possono raggiungere i 3.000-4.000 metri. Qui incontra il calore naturale della Terra e, attraversando la roccia, acquista progressivamente temperatura e mineralità.

Poi risale.

Le fratture profonde della struttura euganea e la pressione del grande bacino sotterraneo le permettono di tornare verso la superficie. Ma quello che riemerge non è più semplicemente acqua piovana.

È diventata un’acqua ipertermale e salso-bromo-iodica, con una temperatura che nei pozzi più caldi può raggiungere gli 87 °C. E soprattutto porta con sé il risultato di un tempo che appartiene più alla geologia che alla nostra esperienza quotidiana: secondo il Centro Studi Termali Pietro d’Abano, il suo percorso richiede almeno cinquant’anni e potrebbe, in realtà, protrarsi per migliaia di anni.

Pensarci cambia la prospettiva. Quando osserviamo l’acqua di una piscina termale, vediamo qualcosa di apparentemente semplice, trasparente, immediato. Eppure ciò che abbiamo davanti ha attraversato rocce, profondità e tempi che non possiamo vedere. Ed è proprio durante quel viaggio invisibile che l’acqua acquista la propria identità.

La sua storia continua quando incontra un altro elemento profondamente euganeo: l’argilla. Nelle vasche di maturazione, acqua termale e argilla rimangono a contatto per almeno due mesi, a una temperatura di circa 40 °C. Sulla superficie prende forma un biofilm popolato soprattutto da cianobatteri: microrganismi sui quali la ricerca scientifica ha concentrato negli ultimi anni una particolare attenzione.

Alcune delle biomolecole prodotte durante questo processo hanno mostrato attività antinfiammatoria e sono alla base del brevetto europeo ottenuto per i principi attivi del fango termale euganeo.

Ciò che per secoli è stato conosciuto attraverso l’esperienza viene oggi osservato, misurato e studiato. La natura non perde il proprio fascino quando la scienza la spiega. Al contrario, ne acquista uno nuovo.

È forse questo uno degli aspetti più straordinari del termalismo euganeo: la capacità di tenere insieme tempi lontanissimi.

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Le antiche vasche di Montegrotto e i luoghi termali di oggi appartengono a epoche che sembrerebbero non avere nulla in comune. Sono cambiati i gesti, le architetture, gli strumenti con cui osserviamo il corpo e comprendiamo la natura. Eppure, al centro, è rimasta la stessa presenza: l’acqua.

Ed è proprio questa distanza tra ciò che vediamo e ciò che è avvenuto prima a restituirle un significato particolare. Perché la cura, in fondo, possiede spesso la stessa natura: comincia prima del momento in cui ne percepiamo gli effetti. Richiede tempo, conoscenza, continuità. E custodisce, dietro un gesto apparentemente semplice, una storia che non sempre è visibile.

Così, quando oggi entriamo nell’acqua termale, non incontriamo soltanto il calore che avvolge il corpo. Incontriamo il territorio da cui proviene, il tempo che l’ha trasformata, la conoscenza che ha saputo riconoscerne il valore e una storia che, molto prima di arrivare fino a noi, era già cominciata.

Ad Abano il primo odore è quello di un’acqua antica, profonda, che arriva da lontano dopo un lungo viaggio sotterraneo. È un odore caldo, minerale, leggermente salino, quasi metallico. Lo si percepisce entrando nell’Hotel Tritone, nelle splendide piscine. Un odore metallico che racconta la parte più profonda del territorio, quella che non si vede. È l’odore del calore che cura. Del vapore che sale lentamente. Della pelle che si rilassa. Delle stanze silenziose dove il tempo cambia passo.

In questa traiettoria si inserisce LIVE! – Live the Land of Venice, progetto a cui aderisce anche il nostro Hotel TRITONE, che nasce per raccontare il Veneto come destinazione culturale, esperienziale e sostenibile. LIVE! mette in rete imprese dell’accoglienza, luoghi della cultura, realtà creative, pubblici esercizi e operatori turistici, costruendo itinerari e proposte di viaggio che invitano a scoprire il territorio oltre le rotte più prevedibili. Non si tratta solo di promuovere luoghi, ma di creare esperienze: percorsi lenti, incontri, suggestioni artistiche, momenti di scoperta e occasioni per entrare in relazione con l’identità più autentica del Veneto. Il progetto valorizza in particolare il dialogo tra turismo, cultura diffusa e qualità dell’accoglienza, proponendo un modo più profondo di abitare il viaggio.

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